Mamma da grande voglio fare l’influencer. Forse per alcuni questa frase presenta ancora motivi di biasimo, ma è bene sapere che la situazione è decisamente cambiata rispetto a 10 anni fa e che oggi stiamo vivendo la transazione verso la creator economy.
Secondo il senso comune dei primi anni ’10, era impensabile che qualcuno riuscisse a guadagnare creando contenuti su una piattaforma gratuita. È anche vero che i social non erano nati con questo obiettivo e che inizialmente i brand erano diffidenti dall’istaurare delle partnership a pagamento. Il tempo e i risultati, però, hanno permesso di far emergere alcune figure conosciuti dal grande pubblico e ambassador dei più importati brand.
Al momento stiamo ancora vivendo in un’economia delle piattaforme, dove molti brand preferiscono investire in sponsorizzazioni (ADS), piuttosto che collaborare direttamente con influencer. Le piattaforme, infatti, hanno implementato diversi strumenti che permettono ai brand di targettizzate il proprio pubblico ideale e ad oggi sono indispensabili per ottenere visibilità online.

Nella giungla dei contenuti sponsorizzati emergono però alcuni creator, che si svincolano da questo business model con la centro le ADS, e scelgono un business model che mette al centro loro stessi e i loro contenuti. La loro popolarità deriva dai contenuti che pubblicano e ottengono visualizzazioni perché sono amati dai loro follower.
La creator economy sta progressivamente prendendo il sopravvento, tanto che le stesse piattaforme hanno deciso di sfruttare la popolarità dei creator, creando degli strumenti con cui potessero monetizzare, pur evitare una fuga di cervelli verso altre realtà. E i dati parlano chiaro: secondo uno studio condotto da Influecer Marketing Hub, la creator economy ha ottenuto investimenti per 1,4 miliardi di dollari nel 2021.
Chi sono i protagonisti della creator economy

Quando si parla di creator o influencer ci si riferisce a tutti coloro che riescono a esercitare una certa influenza tramite i canali online, tanto da guadagnarsi da vivere. L’influencer di Instagram, il youtuber, il gamer che trasmette su Twitch: sono loro a formare la creator economy.
Spesso il business model dei creator è una transizione dal free plan al premium: dopo una serie di contenuti gratuiti sono soliti proporre del materiale esclusivo in abbonamento. Le piattaforme per gestire gli abbonamenti, infatti, si sono moltiplicate nell’ultimo decennio: Patreon per YouTubers, Twitch per streamers, OnlyFans per sex workers, Substack per le newsletter, Wattpad e Mirror per gli scrittori, Teacheble e Thinkific per chi crea corsi, Storytel o Audible per chi produce podcast.
Era inevitabile che, ad un certo punto, anche le piattaforme social proponessero ai propri creator degli strumenti di monetizzazione interna così da evitare spostamenti verso piattaforme esterne, e da incentivare la creazione di contenuti che aumentassero il tempo di permanenza dei loro follower.
Monetizzazione interna ai social

L’anno scorso TikTok ha lanciato un Creator Fund per pagare direttamente i suoi utenti che creano contenuti di successo; Snapchat ha lanciato un programma simile chiamato Spotlight; Twitter ha introdotto Tip Jar, un sistema per ricevere donazioni dai propri follower e Instagram ha da poco implementato il programma Bonus per premiare i contenuti dei creator.
Ovviamente non è così semplice monetizzare come creator, a meno che non si facciamo grandi numeri, e i grandi numeri vengono fatti da meno dell’1% . Quindi, la maggior parte degli influencer non può vivere grazie ai soli guadagni della monetizzazione interna alla piattaforma, e risultato ancora indispensabili le partnership o i servizi in abbonamento.
Tuttavia, questo riconoscimento rappresenta un primo passo verso la completa legittimazione dei creator da parte dell’opinione pubblica e della piattaforma stessa.
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